Posted On 27 aprile 2017 By In ARTICOLI With 457 Views

Commemorazione di Giorgio Conciani a vent’anni dalla sua scomparsa (5 maggio 1997)

(di Filippo D’Ambrogi)

Oggi che il Fine Vita è un tema di grande attualità nel nostro Paese fino a divenire oggetto di dibattito parlamentare mi pare giusto e doveroso ricordare, a vent’anni dalla sua scomparsa, un coraggioso antesignano, un medico fiorentino di nome Giorgio Conciani che, nel corso degli anni ’90 del secolo scorso ha condotto una battaglia laica, isolata e solitaria in favore del diritto di scegliere la propria morte, pagandone il dazio con la radiazione dall’albo dei medici e con l’oblio dopo il suicidio avvenuto nel 1997.
Chi era Giorgio Conciani?

Triestino di nascita ma fiorentino d’adozione, Giorgio Conciani era un ginecologo generoso e coraggioso, che, prima di sostenere e praticare l’assistenza al suicidio, ha preso parte a tutte le grandi battaglie civili combattute nel nostro Paese (divorzio, controllo delle nascite, aborto).

Nei primi anni ’70, per fronteggiare la strage di donne che morivano di aborto clandestino praticato delle “mammane” col ferro da calza e col prezzemolo, Conciani aprì le porte della sua clinica, nel centro di Firenze, per assisterle e  operarle pubblicamente.
Arrestato per tre volte, si fece complessivamente quasi un anno di carcere.
Qui la preziosa testimonianza diretta di Meri Negrelli, oggi vicepresidente di Associazione Libera Uscita O.N.L.U.S.: “Sono passati molti anni, era l’estate del 1979 e dovevo andare in ferie in Sicilia con un’amica e le sue due figlie. Loro partivano in macchina e io le avrei raggiunte qualche giorno più tardi in aereo perché mi avevano rimandato l’inizio delle ferie. Purtroppo, poco più a sud di Roma, la mia amica ha avuto un grave incidente dove lei e una delle figlie è deceduta, e la seconda ha riportato gravi lesioni alle gambe.
Io con altre due amiche e un lontano parente, ci siamo occupati di far rientrare le salme e riportare la ragazza ferita a Prato dove abbiamo scoperto che aspettava un bambino e che il compagno, il padre del bambino, l’aveva abbandonata. Nota dolente: sia la ragazza che il compagno facevano uso di droga. Dopo aver parlato a lungo con la ragazza facendo intervenire anche un amico psicologo abbiamo preso atto della sua decisione di abortire.
Tramite un amico radicale ho contattato il dott. Conciani che é intervenuto a casa della ragazza. Posso testimoniare che almeno in quel caso il dott. Conciani ha fatto tutto gratuitamente, forse anche per la situazione della ragazza. Comunque posso anche testimoniare che non era un mero esecutore ma che ha parlato molto con lei cercando di capire se veramente voleva abortire o se la motivazione fosse dipesa dalla situazione particolare in cui si trovava. Per il poco che ho avuto l’onore di conoscerlo ho trovato una persona speciale ,che aveva un grande rispetto per le donne e che sapeva ascoltare.”

Nel 1982 Giorgio Conciani subì nuovamente un processo per aver praticato alcune vasectomie (interventi di sterilizzazione maschile). Non potendogli essere più imputato l’articolo 552 del Codice Penale (procurata impotenza alla procreazione), abolito dalla legge 194 sull’aborto, venne processato per il 583 (lesioni personali gravissime), che prevede una pena da 6 a 12 anni. Assolto in primo grado, condannato a un anno in appello, dovette attendere cinque anni per vedersi annullata la sentenza dalla Cassazione.

Non pago di ciò, nel 1995 venne a trovarsi di nuovo nell’occhio del ciclone per aver prescritto dei barbiturici a una conoscente di vecchia data, Paola V., professoressa in pensione che aveva già tentato più volte il suicidio.  Rispondendo alle domande di un giornalista Conciani spiegò di aver di aver fornito alla donna tre ricette, in date diverse, in modo da metterle a disposizione un centinaio di compresse di barbiturici. Aggiunse poi di averle suggerito, per poter essere certa di ottenere quello che desiderava, di avvolgere la testa in un sacchetto di plastica, come indicato da Derek Humphrey nel suo libro “Eutanasia, Uscita di Sicurezza”.

Ma nonostante la prescrizione e le istruzioni, Paola, ancora una volta non riuscì a realizzare il suo proposito.  Ne parlò sconfortata al suo psichiatra, il dottor Arnaldo Ballerini, presidente della Società italiana di psicopatologia, il quale davanti ai barbiturici ed alle ricette mostrate dalla donna decise di denunciare Conciani all’Ordine dei Medici.
E così, l’aiuto a Paola, costò a Giorgio Conciani la radiazione dall’Albo dei medici

Una radiazione, peraltro, già rischiata in passato. Quattro anni prima, infatti,  Conciani aveva dichiarato: “Io non ho ucciso nessuno, ma ho prescritto a malati terminali dei medicinali che, presi in determinate dosi, provocano la morte.  E non immaginiamoci chissà quali veleni o cicute, si tratta solo di analgesici. Ho spiegato ai pazienti cosa sarebbe successo se quei medicinali fossero stati presi in una certa quantità, ed ho largheggiato nelle prescrizioni.

E tutto ciò, ben conscio del rischio che correva: “So bene che un medico rischia di essere accusato di omicidio volontario e magari di farsi 15 anni di galera, ma questa è solo l’ultima contraddizione di un Paese in cui gli assassini tornano impunemente in libertà e si approva un codice di procedura penale che favorisce i malavitosi. Io non credo che si possa chiedere a nessun medico di correre questi rischi, per questo sostengo che l’assistenza al suicidio e l’eutanasia devono essere depenalizzate.”

Alla domanda se avesse preso in esame l’idea di suicidarsi, Conciani rispondeva: “Io amo la vita, la amano mia moglie, i miei figli e i miei genitori ultranovantenni. Ma se un giorno decidessi di togliermela, lo farei senza esitazioni.”

E anche in una precedente intervista sull’Europeo aveva precisato: “Ci sono casi in cui togliersi la vita – anche se poi i giornali scrivono ‘l’insano gesto>’ – è il gesto sanissimo di una persona che ha fatto una scelta, purtroppo, ragionata. Appartengo anche ad Amnesty International e sono contrario alla pena di morte. Ma trovo infinitamente più disumana la tortura che non la morte.

Una coerenza, quella di Conciani, che non ha vacillato neppure dopo la sua radiazione dall’Albo del medici. “Non mi sento disonorato per ciò che è successo.
Le battaglie per i diritti civili le ho sempre combattute a viso aperto. Certo non vorrei finire ancora in galera, visto che sono un settantenne un po’ malandato e non so ora come reggerei. Mi piacerebbe però che l’ordine si preoccupasse anche di quei medici che hanno stilato certificati ai falsi invalidi. Credo che siano colpevoli più di me
.”

Ma sulla possibilità che in Italia, una battaglia civile possa portare all’approvazione di una legge che consenta di scegliere la propria morte Conciani non si diceva ottimista:
No, perché l’Italia è un Paese clericale, conservatore e ipocrita.

A 20 anni dalla sua scomparsa avvenuta il 5 maggio 1997, in attesa di una pubblica riabilitazione che dovrà attendere ancora chissà quanti anni, chi volesse commemorare privatamente Giorgio Conciani può anche farlo recandosi a Fiesole (Firenze) nel cimitero di Quintole in Via di Quintole (ala vecchia entrata principale a sinistra) dove riposano le sue ceneri.

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