Posted On 21 febbraio 2017 By In ARTICOLI With 518 Views

Il testamento biologico su #cartabianca

Riflessioni critiche di Maria Laura Cattinari, presidente di Libera-Uscita O.N.L.U.S., sulla puntata del programma di Bianca Berlinguer dedicata al “fine vita”

Tratto da: LucidaMente, anno XII, n. 134, febbraio 2017; editing e formattazione del testo a cura di Gabriele Bonfiglioli

Certo, ringraziamo Bianca Berlinguer per aver voluto affrontare il tema del “fine vita”. Lo ha fatto nella trasmissione #cartabianca, della quale è ideatrice e conduttrice; esattamente, nella puntata andata in onda venerdì 10 febbraio 2017 su Rai 3, mentre il Parlamento sta discutendo sul testamento biologico. Tuttavia, come ha detto bene Enzo Bianchi in collegamento da Torino, sull’argomento manca l’informazione e regna sovrana la confusione.

Anche tale programma non ha contribuito molto a fare chiarezza, mescolando eutanasia, suicidio assistito e autodeterminazione terapeutica. Quanto sarebbe stato più utile parlare solo di autodeterminazione terapeutica oggi per domani, cioè, di testamento biologico, dicendo, in sintesi, che:

Serve prima di tutto per poter morire meglio, senza veder protratta artificialmente di settimane, se non di mesi, la nostra agonia. Ciò che accade, tragicamente troppo spesso, nei nostri ospedali.

Tutti i casi (Welby, Englaro, Nuvoli, Max Fanelli, Walter Piludu), che hanno riempito le cronache dei nostri giornali sotto il titolo improprio di “eutanasia”, avrebbero ricevuto una soluzione dignitosa se avessimo avuto la legge, di soli cinque articoli, che la Commissione Affari sociali della Camera sta per inviare per la discussione all’aula di Montecitorio.

Quelle persone avrebbero trovato risposta alle loro strazianti richieste perché questo disegno di legge riconosce tutte le terapie come rinunciabili, ivi comprese ventilazione, idratazione e alimentazione artificiali e stabilisce che le disposizioni anticipate siano vincolanti per i medici. (A chi lamenta che il medico non può essere declassato a semplice esecutore della volontà del malato, risponderei che un medico, consapevole del valore della sua professione, non può essere attraversato da un simile meschino pensiero. Il medico è al servizio della persona, ascolta, consiglia, informa, opera, ma mai può imporre terapie contro la volontà esplicita di chi quelle terapie dovrebbe subire).

Si sarebbe dovuto parlare della fondamentale figura del fiduciario. Ne ha fatto cenno il già citato Bianchi; questa figura è centrale nel TB perché non è solo il garante del rispetto della volontà del testatario, ma è anche l’unica persona con la quale i sanitari dovranno rapportarsi per prendere decisioni. Non saranno più genericamente i famigliari a essere interpellati per le eventuali decisioni. Un aiuto grande, anche questo, per arginare il crudele “accanimento terapeutico”.

Si sarebbe dovuto parlare di più e meglio, dell’ottima legge 38/2010 sulle cure palliative e la terapia del dolore. Ne ha accennato Bianchi, ma non ha ricordato che questa legge inserisce nei Lea (livelli essenziali di assistenza) queste terapie da noi quasi sconosciute fino a ieri e che tanto stentano a decollare per mancanza soprattutto di informazione. Fino a poco tempo fa il 60% dei medici non sapeva dell’esistenza di questa legge. Chi, tra il pubblico, la conosce? Com’è noto, non basta emettere una legge perché essa funzioni. Bisogna esigerne l’applicazione… certo, se la si conosce! Qualcosa si sta facendo, ma ancora troppo poco. Si deve sapere che le cure palliative, anche domiciliari, sono comprese nei Lea e che, se richieste, prevedono la possibilità della sedazione profonda continua per consentire alla persona di non vivere coscientemente le sofferenze dell’agonia. Ciò che richiese e ricevette il cardinale Carlo Maria Martini.

Una buona legge sul testamento biologico e diffuse cure palliative, anche domiciliari, insieme a una rete di hospices per chi non può essere seguito a casa, sono oggi, per il nostro paese, la priorità per morire meglio di quanto invece accade ai 250.000 ammalati terminali che ci sono ogni anno. L’autodeterminazione terapeutica è un diritto fondamentale della persona, già riconosciuto nella nostra Carta costituzionale dal 1948, art. 32, 2° comma: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

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