Posted On 5 febbraio 2018 By In CONVEGNI With 457 Views

A QUANDO L’EUTANASIA LEGALE IN ITALIA? Corso d’aggiornamento tenuto dall’Ordine dei Medici di Torino

(di Graziella Sturaro)

Verso fine gennaio, a Torino, si è tenuto il corso di aggiornamento da parte dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri dal titolo “Eutanasia legale in Europa. Aspetti clinici e normativi” a cura della Commissione Etica e Deontologica dell’OMCeO, destinato soprattutto al personale medico e sanitario al quale ha partecipato anche la sottoscritta come rappresentante di Libera Uscita.

Il Presidente Guido Giustetto ha introdotto la giornata mostrando un’aperta disponibilità al dibattito sottolineando come l’Ordine dei Medici abbia accettato molto volentieri questo confronto a carattere informativo dal momento che la nuova legge entrata in vigore ha scaturito già dalla sua approvazione una discussione molto animata tra il personale sanitario.

Lo scopo è stato quello di partire da esperienze molto concrete e di chiarire le diverse definizioni e distinzioni tra eutanasia, suicidio assistito e sedazione palliativa profonda.

Grazie al dottore Rob Jonquiere (Executive Director of World Federation of Right to Die Societies) si è delineata la situazione legale e clinica in Olanda raggiunta dopo una serie di casi clamorosi e sentenze che hanno portato alla legge attuale per la quale, in realtà, l’eutanasia è considerata ancora un reato se attuata al di fuori di ciò che prevede la Legge che l’ha legalizzata.

Il dibattito, iniziato nel 1973, ha portato alla fondazione della NVVE (Associazione per il diritto a morire) dopo la condanna da parte della più alta Corte olandese di un medico, la dottoressa Geertruida Postma, la quale fece alla propria madre una iniezione letale di morfina  su richiesta della madre.

Nel 1984, un altro caso “pubblico”, quello del medico di famiglia dottore Schoonheim, il quale praticò un’iniezione letale su una paziente di novantacinque anni e venne assolto dal momento che aveva agito in accordo con il figlio della signora e dopo aver consultato altri medici. Ruolo primario fu l’intervento della KNMG (Reale Società Medica Olandese) che aveva emanato le linee guida per questi casi nei quali si interviene allo scopo di ridurre le sofferenze del paziente rimanendo un punto importante di riferimento anche negli anni successivi.

Nel 1994 questa volta è sotto accusa uno psichiatra, il dottor Chabot, colpevole di aver somministrato ad una paziente cinquantenne depressa una pozione letale per cui fu riconosciuto colpevole di non aver consultato un altro specialista ma non gli verrà inflitta alcuna pena.

A tutt’oggi, se si tratta di malattia psichiatrica, è necessaria una consultazione di medici psichiatri anche se la sofferenza psico-fisica rimane il criterio fondamentale.

Nel 1998 fu istituita la Commissione di controllo per l’eutanasia mentre nel 2002 il dottor Philip Sutorius (medico generico) aiutò a morire l’ex senatore Edward Brongersma per giungere poi alla legge attuale.

Per il dott. Jonquiere la sofferenza deve essere determinata secondo sintomi “medicamente” classificabili ma qual è il confine del dominio medico?

L’eutanasia, come ho già detto sopra, è considerata ancora un reato ma quando il medico agisce secondo determinati criteri non è più perseguibile. I parametri di valutazione sono i seguenti: accuratezza, richiesta volontaria, sofferenze insopportabili e senza speranza, consultazione medica obbligatoria e buona pratica medica.

Ovviamente mentre i casi oncologici risultano più definiti, quelli psichiatrici sono molto più complessi e delicati.

Per questi ultimi, in Olanda, la discussione è ancora aperta.

Rimane comunque necessaria e fondamentale la distinzione di terminologie mentre negli ultimi anni sta emergendo la figura del consulente non medico che ha il compito di informare sui farmaci e di accompagnare il paziente dalla richiesta al decesso.

L’organo competente è un istituto dal nome “End of Life Clinic”, una rete di medici “mobili” disposti a spostarsi sul territorio dove risiedono i pazienti che fanno richiesta di intervento.

Tuttavia elemento fondamentale è che, in questo paese, le cure palliative sono perfettamente integrate nel sistema sanitario e resta fra i migliori stati europei per quanto riguarda l’organizzazione assistenziale attenta più a porre fine al dolore che alla fine della vita mentre la maggior parte dei casi vengono gestiti a livello domiciliare e sono a carico del medico curante.

Situazione molto distante da quella italiana.

E’ stata fatta anche un’inchiesta per quanto riguarda la tipologia di persone che aderiscono e richiedono interventi di questo tipo: gente di razza bianca, con elevata istruzione e benessere economico.

Lascio al lettore le proprie riflessioni anche perché ormai viviamo in una società pluralista dove il fondamentalismo religioso è molto presente e, direi, non solo quello cattolico.

Si è passati poi alla situazione in Svizzera con il dottor Jerome Albert Sobel e alla proiezione di alcune sequenze del film “Exit – Le droit du mourir” di Exit ADMD – Suisse Romande, girato tra il 2003 e il 2004, nel quale lo stesso Sobel e la sua associazione, seguono alcuni casi di pazienti con diverse patologie fisiche per avere il suicidio assistito nel momento della decisione definitiva illustrando attraverso scene di particolare drammaticità come si proceda in queste circostanze: dal momento dell’accoglienza telefonica, agli incontri domiciliari e all’assistenza finale.

Determinante rimane la figura del consulente e accompagnatore che non ha solamente il compito di esaudire la richiesta del paziente e di chiamare il medico legale per l’accertamento della morte. Prima di giungere a questo stadio è suo dovere seminare continuamente dubbi sul richiedente ed essere sicuro della manifestazione di volontà. Infatti, a tale proposito, si prevedono diversi colloqui durante i quali vengono esaminate tutte le altre possibilità di scelta alternativa.

Infine il paziente può cambiare idea anche prima di bere dal bicchiere la potente dose di barbiturici.

In Svizzera non c’è una  legge che regola il suicidio assistito ma questo è reso possibile sulla base dell’articolo 115 del Codice Penale che recita testuali parole “Chiunque per motivi egoistici istiga alcuno al suicidio o gli presta aiuto è punito, se il suicidio è stato consumato o tentato, con la reclusione sino a cinque anni o con la detenzione”. Se ne ricava che se a motivare non sono “motivi egoistici” chi aiuta al suicidio non è penalmente perseguibile. All’articolo 114 si afferma poi che la cessazione della vita su richiesta è un reato perseguibile. Quindi l’eutanasia non è legale.

Inoltre, l’assistenza al suicidio non può essere effettuata sui malati psichiatrici e sui minori.

Ma tutto ciò è possibile, sempre secondo Sobel, nell’ambito di una visione stoica della vita e quindi di “buona morte” oltre che per la mancanza di uno scopo lucrativo. La sua associazione conta ben 26.000 membri di cui 2/3 sono donne e 1/3 uomini.

Il dottor Enrico Larghero del Centro Cattolico di Bioetica e direttore sanitario della struttura per anziani, disabili e malati di Alzheimer Residenza Richelmy, nel suo intervento si è mostrato aperto al dialogo ma sottolineando una cosa importante: il paziente non va lasciato solo.

Mentre il dottore Pietro Paolo Donadio (Direttore Struttura Complessa Anestesia e Rianimazione Città della Salute e della Scienza di Torino) si è soffermato sulle cure palliative che possono ricorrere, con il consenso della persona ammalata, alla sedazione continua profonda nei casi di sintomi refrattari  ma la finalità non è mai quella di accorciare la vita, non si può quindi parlare di eutanasia. La sedazione palliativa profonda è praticata per un 10-20% dei casi e lo stesso Comitato Nazionale di Bioetica l’ha definita pratica  “non eutanasica”. Il problema consiste nella poca formazione tecnica, nella carenza di personale e di strutture.

Lo stesso consenso informato deve comprendere il tempo di relazione che a sua volta deve divenire tempo di cura. Non devono rimanere due fasi distinte.

Sul Codice Deontologico è intervenuta invece la dott.ssa Maria Antonella Arras (Coordinatrice Commissione Etica e Deontologia) soffermandosi su alcuni articoli ma soprattutto sul concetto di alleanza terapeutica tra medico e paziente e sull’articolo 20 che afferma come il medico non possa abbandonare il malato ritenuto inguaribile ma debba continuare ad assisterlo anche al solo fine di lenire le sofferenze fisiche e psichiche.

Valutazione molto significativa in quanto è risaputo che nel caso in cui si riesca ad eliminare la sofferenza, per l’appunto, diminuisce il desiderio da parte del paziente di porre fine alla propria vita ed è proprio dalle cure palliative che bisogna partire al fine di migliorarne la qualità, anche con cure psichiatriche e psicoterapie se necessario. Indipendentemente dal principio di autodeterminazione e quindi dalle sue scelte il malato non va abbandonato alla sua situazione spesso in condizioni di gravissima depressione come è emerso, tra l’altro, anche dal filmato visto in sala.

D’altro canto, il dottore Silvio Viale, tra gli organizzatori del corso e responsabile scientifico EXIT-Italia, sull’eutanasia ha recentemente dichiarato che “Sdoganata la parola, bisogna sdoganare la discussione senza infingimenti.”. Il suo timore non è il confronto con il vescovo Nosiglia o con i palliativisti estremi ma è l’autocensura della politica e dell’Ordine. Ora l’Ordine dei Medici di Torino ha avuto il coraggio di rompere il tabù. Anche i colleghi olandesi, belgi, svizzeri e lussemburghesi hanno dei codici deontologici da rispettare deducendo quindi che non sia tutto così scontato.

Sta di fatto che gli esempi in Europa ci sono e anche i medici disposti a collaborare.

Spetta a noi ora decidere in quale direzione andare.

 

 

 

 

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