Posted On 19 luglio 2018 By In LIBRI With 40 Views

“La Morte e il Morire” di Elisabeth Kubler-Ross: l’attualità del fine vita scritta mezzo secolo prima

(di Enrico Caruso)

In poche righe sparse, senza particolare enfasi, l’autrice, quasi di passaggio, porta fuori un’idea al limite del paradosso: Avete mai pensato che anche il malato sta per perdere qualcuno? Difatti, come lui o lei sta per morire per noi, noi stiamo per morire per il malato. La separazione e l’abbandono è reciproco e può essere inteso come un importante ribaltamento di prospettiva. La perdita non è solo nostra, ma anche del malato. La mancanza di una persona cara, di un gesto d’affetto, di un sorriso, per quanto può sembrare assurdo, è avvertita anche da chi non c’è più.

Elisabeth Kübler-Ross è stata un medico e professoressa svizzera degna di nota per l’importante impegno profuso in direzione di un rinnovamento del rapporto umano-ospedaliero con il morente, e di una nuova considerazione del processo di accettazione del lutto, temi raccolti, tra gli altri, in un nascente sapere denominato psicotanatologia.

Nel 1965, al suo primo anno di permanenza presso l’ospedale-università Billings di Chicago, si ritrova a fronteggiare la richiesta di quattro studenti che devono redigere una tesi sul momento più critico della vita che, almeno nelle loro considerazioni, era quello del morire. Nasce da qui lo spunto per avviare un seminario formativo svolto come serie di interviste a malati terminali. Il principio era semplice: I malati stessi sono le persone da cui poter imparare di più. Il libro, dopo i primi capitoli a carattere teorico-concettuale sulla psicanalisi del morire (l’idea dominante è: “accade a te ma non può accadere a me”), procede in maniera molto pragmatica e determinata, proponendo una lunga e varia casistica di interviste registrate durante il seminario. Esse risultano esemplari ad illustrare i passi della riflessione della Ross sulla questione. In tal senso, per un approccio più nozionistico, l’opera costituisce, anche, un buon manuale organico e duttile sugli aspetti della psicotanatologia.

L’iter del malato, similarmente a quello della famiglia, viene scansionato in cinque momenti, preceduti da una breve fase di shock, e sfocianti in uno stato premorte (Decathexis) in cui il malato ritorna ad una dimensione elementare e primigenia, dimenticandosi di ogni sorta d’interesse materiale, e immergendosi in uno sguardo filosofico ed elettivo sul mondo.

Le cinque fasi sono: Il rifiuto, la collera, il compromesso, la depressione, l’accettazione. Trasversale e costante a queste fasi è la speranza. I vari momenti non sono lineari ma rizomatici, cioè interscambiabili, contemporanei e ricorsivi. Anche la durata può essere finita, come permanente a tutta la malattia.

L’autrice dimostra grande sensibilità e originalità nella trattazione, segno di un lavoro nato sull’esperienza più che sull’intuizione. Oltre alla considerazione presentata all’inizio, voglio sottolineare un altro momento che mette bene in luce la particolare dedizione della Ross:

“I dottori K. e P. erano passati da casa della signora W., da poco dimessa, per controllare la sua condizione. La signora W., che era stata tra le intervistate del seminario dell’autrice, telefono a quest’ultima per dichiararle quanto quella visita l’aveva fatta felice”.

L’autrice, riponendo questo episodio nel suo libro, ribadisce il valore dei suoi seminari come momento di vicinanza e sostegno “umano” e profondo al malato. Le modalità di questo sostegno sono sintetizzabili in un processo combinato tra un “intervista franca” e una “confessione”, uno “sfogo”, modalità che venivano espletate alla presenza di una platea multidisciplinare di studenti, teologi, professori, infermieri, assistenti sociali, ecc.. (non l’unico aspetto in cui il pensiero dell’autrice appare molto prossimo a quello delle cure palliative nonché degli Hospice).

Il libro è attraversato da un sentimento religioso di fondo che potrebbe, al lettore meno paziente, far risultare l’opera anacronistica e soprattutto riduttiva e semplicistica. In effetti, la maggior parte degli intervistati sono uomini e donne dichiaratamente credenti e, in alcuni casi, la passività e la consegna al volere divino diventa talmente eclatante da risultare, per un lettore moderno, al limite del veritiero (la ragazza affetta da anemia, cap. X). La Ross tiene a puntualizzare che spesso si trattava di un credo poco temprato, e i malati dotati di una fede ferrea e totale erano veramente pochi. Tuttavia, non è da escludere che le interviste inserite nel libro siano quelle confacenti con la fede dell’autrice. Una chiara appartenenza religiosa è un elemento comune a gran parte di coloro che si occuparono di fine vita in quegli anni, su tutti si pensi a Cicely Saunders.

 

Infine, a chi e a cosa può essere utile questo libro?

  • A medici e infermieri, per confrontarsi e stimare, con cognizione di causa, la direzione migliore per il loro operare, e individuare un diverso punto di vista, ma allo stesso tempo un “modus più naturale”, per convivere con il malato.
  • Alle famiglie, per disinnescare in loro le difficolta relazionali verso il caro ammalato, e poi agli studenti, per fornire una guida preliminare, ma soprattutto, una motivazione risolutiva delle ansie e dei timori del loro futuro mestiere.

La “cosalizzazione” del malato in cartelle e analisi cliniche è sempre più un dato di fatto. Elisabeth Kübler-Ross ha provato coraggiosamente a rimettere al centro il buon senso e il “dono” alla persona come terapia d’ascolto e del semplice silenzio. Ancora di più, risulta fondamentale comprendere il malato nei suoi momenti personali di positività e negatività e aprirsi liberamente con lui, famigliari ma anche operatori, rivelando preoccupazioni, paure e difficolta, senza mai essere brutali. Dopo sarà troppo tardi, e ciò che non si è ricucito prima, lo porteremo dietro per tutta la vita.

E’ un’impresa, un lavoro su se stessi, che richiede grande sensibilità. Non è la conquista di un momento ma l’esito di un processo graduale, duraturo e complesso, in cui prendere confidenza con il malato e imparare noi con lui. E’ un piacere di compagnia che si traduce in una vicinanza non solo fisica ma anche emotiva. E’, in definitiva, la capacita di abbattere le proprie resistenze e difese alla paura della morte.

“Non trovo spesso una persona che possa parlare con me al di là di una conversazione ordinaria”

“Vivere sul tempo preso a prestito da altri, attendere invano il passaggio dei medici, l’orario delle visite, guardando fuori dalla finestra, sperando che un’infermiera abbia un po’ di tempo in più per fare una chiacchierata… Questo è il modo in cui molti malati inguaribili passano il tempo”

 

Autore: Elisabeth Kubler-Ross, con prefazione di Annamaria Marzi

Editore: Cittadella, p.327

Anno: 1969

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