Posted On 21 ottobre 2017 By In LIBRI With 52 Views

Riflessioni sul libro di Luca Lo Sapio “Bioetica laica e bioetica cattolica nell’era di Papa Francesco. Che cosa è cambiato?”

(di Mario Aldovini, a partire dalla recensione del libro di Filippo D’Ambrogi)

Se l’intero genere umano, tranne uno, fosse di una stessa opinione e quell’uno fosse ridotto al silenzio, il genere umano non sarebbe giustificato più di quanto lo sarebbe quell’uno se, potendo, riducesse al silenzio l’intero genere umano. (John Stuart Mill)

Sembra a volte che il problema si ponga nei termini di una ricerca della conciliabilità dei principi sostenuti dai bioetici laici con quelli sostenuti dai bioetici cattolici: le speranze accese dalla “rivoluzione” di papa Francesco allora rischiano di ridursi ad attendere che i cattolici, in una auspicata evoluzione del loro pensiero, consentano ai non cattolici di praticare la loro visione della vita in quanto compatibile con i loro (dei cattolici intendo) principi. In questa logica la nostra visione laica dei valori perde autonomia, inserita come è nei confini invalicabili del placet cattolico. E la elaborazione si dovrebbe orientare da un lato a modulare i nostri principi su quelli cattolici (poiché i loro valori non negoziabili finirebbero per essere di fatto vincolanti anche per noi), dall’altro a collaborare con chi, nel complesso panorama intellettuale del mondo cattolico, persegue aperture di senso in cui possiamo riconoscerci meglio. Sostenere Dom Franzoni piuttosto che il Cardinale Ottaviani? Il priore di Barbiana piuttosto che il vescovo di Prato? Romero piuttosto che Woytila?

Ma forse il tema della laicità dello stato può esser trattato in modo più liberale, rivendicando a ogni opzione culturale ed etica piena autonomia e pari dignità. E allora il problema non sarebbe più quello di auspicare che i cattolici accolgano in quanto cattolici opzioni sulla disponibilità o indisponibilità della vita, ma che finalmente accedano a un più rispettoso riconoscimento delle diverse prospettive spirituali, inclusi l’agnosticismo e l’ateismo. Non è questione di tolleranza, parola ambigua che presuppone il potere di non tollerare, ma di libertà individuali. La nostra storia di italiani ed europei ci ha portato con fatica ad una concezione laica dello stato, nel senso che dovrebbe esser condivisa la pratica di una completa libertà di religione come è definita nella nostra Costituzione e in tutte le costituzioni moderne.

Libertà di religione è espressione che merita qualche sforzo di chiarimento, almeno rispetto alla differenza fra la libertà di  credere e la libertà di praticare la propria fede: la Costituzione infatti garantisce la libertà religiosa, ma bisogna chiarire se garantisce la possibilità di aderire ad una fede o la possibilità di vivere secondo i  principi di tale fede. Sul piano normativo il problema è di grande rilievo, poiché la confusione del piano della fede con quello normativo produce la tendenza a sovrapporre il concetto di peccato a quello di reato (vedi l’esempio estremo dei regimi teocratici), e allora le opzioni di fede non sono più fonte di diritti per chi le condivide ma diventano fonti di obblighi anche per chi non le condivide. So di semplificare in maniera forse rozza, ma in un regime laico la fede (nel senso delle varie possibili fedi)  deve essere riconosciuta come fonte di proposte per tutti (e dunque liberamente ricevibili) e non come il fondamento di obblighi per tutti (e dunque sanzionabili). Qui, tra l’altro, emerge una grande confusione rispetto al concetto stesso di democrazia: mettere ai voti i diritti e le libertà fondamentali e il loro esercizio rischia di stabilire la sopraffazione della minoranza da parte della maggioranza, come nella forte frase di Mill.

Per fare un esempio NON a caso, se io credo che la vita debba esser difesa e protetta ad ogni costo posso chiedere che a me non si applichi nessun limite alle cure, o posso anzi debbo imporre tale trattamento agli altri? In ultima analisi, penso che il sistema di valori di un altro individuo sia degno di rispetto quanto il mio e dunque applicabile nei suoi ambiti di libertà e autodeterminazione? O penso che ciò in cui IO credo sia l’unico vero e giusto e che dunque ogni scarto da esso sia errore quando non peccato e delitto? Brucia ancora, e continuamente si ripropone in varie circostanze, lo strazio di Eluana Englaro e della sua famiglia: strazio che molti di noi continuano a condividere, e al quale continua a contrapporsi l’atteggiamento truce di chi il giorno dopo la sua morte titolava sui giornali “Eluana è stata assassinata”.

Prima ancora di discutere all’interno del mondo cattolico anche se non si è cattolici, bisogna che tutti ci interroghiamo e confrontiamo sulla questione della laicità dello stato, cattolici o non cattolici che siamo. Perché non credo proprio che, quanto a libertà e diritti civili, l’Italia sia ridotta come è ridotta  perché abbiamo il Vaticano, ma perché i cattolici italiani magari non vanno più in chiesa, tuttavia sono spesso bigotti intolleranti. E in fondo, sotto sotto, anche in noi laici c’è un infantile senso di acquiescenza nei confronti della pretesa che spesso le religioni avanzano di essere detentrici dell’istanza etica e del senso della vita: mi sono sentito sgomento nell’esser quasi l’unico a manifestare indignazione quando Monsignor Becciu scriveva a Walter Piludu : “Il Papa è rimasto colpito dal fatto che lei, anche in questa tragica situazione e pur non avendo alcuna fede religiosa, riesca a dare ancora un senso alla sua esistenza”. Ma che effetto avrebbe se un capo di stato scrivesse a un morente cristiano “Resto colpito dal fatto che lei, pur avendo una fede religiosa, riesca ancora a dare un senso alla sua esistenza”?

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *