Come aria – Immaginare la morte

di Paolo Maccagno* 

Le riflessioni che seguono sono il frutto di un costante dialogo con Maria Laura Cattinari, presidente di Libera Uscita, che ringrazio di cuore.

Alex non sta bene e ha già subito alcune operazioni. La famiglia vuole mantenere un riserbo e i medici non rilasciano notizie sulla sua salute. La mia non è curiosità per qualcosa che ha diritto alla riservatezza. La mia è una domanda o meglio una necessità di sapere cosa una grande anima come quella di Alex pensa, desidera, vive in momenti come questo. Alex non è solo quello che dopo un incidente in formula uno aveva perso le gambe e poi ha ritrovato la forza per una nuova vita nel mondo della handbike. Alex è tra i pochi che sanno ispirare. È vita che cerca la vita. Probabilmente per uno come lui la morte è sempre stata una presenza fondamentale la cui consapevolezza gli ha permesso di vivere pienamente. Non sembra di sicuro una persona che si accontenta di sopravvivere basandosi esclusivamente su calcoli e statistiche per valutare le proprie scelte. Sembra al contrario una persona che lascia spazio al dubbio, al rischio e all’ignoto. Per questo ispira. Perché vive con il cuore. Di petto. Un antropologo potrebbe vederlo come un indigeno che si è venuto a trovare per sbaglio all’interno della nostra società e della cultura occidentale. Per uno che vive in una relazione di fiducia con la Terra la morte non è la fine della vita. Un nativo conosce il tempo come ciclo di continuo rinnovamento e la sua vita non è sua, ma parte di un mondo molto più grande di cui fa parte e in cui si riconosce. Non sono sicuro se Alex è davvero così. Non lo conosco. Ma mi piace pensarlo in questo modo perché ho bisogno che qualcuno mi faccia luce.

Alex è infatti l’occasione per chiedermi come vorrei morire? Cosa è una buona morte? Una morte dignitosa? Lo vorrei chiedere a lui o a quello sciamano che penso lui sia. Solo una cultura altra può darmi una direzione. Non posso fidarmi di quello che vedo qui intorno. Qui infatti immaginare una buona morte innesca e mette in moto energie aggressive che combattono per far prevalere una verità sull’altra. Piuttosto che immaginare si fa la guerra. E se si guarda con attenzione questa guerra è appoggiata su un territorio comune dove ciò che rimane indiscutibile da ogni posizione e punto di vista è l’eccezionalità della vita umana. Idea che produce separazione dell’umano dal resto del mondo e innesca a sua volta una volontà di dominio su di esso in nome di una presunta superiorità. Considerando fondamentali e imprescindibili azioni e battaglie di questo tipo, credo sia importante aprire una domanda sulla morte che ci permetta di immaginarla. Perché è di questo che si tratta. Nonostante esista un dibattito che fortunatamente sta diventando sempre più urgente sul tema della morte e a cui i movimenti contemporanei sull’eutanasia sono in grado di dare orientamento, rimane una domanda profonda di senso che ha bisogno di ascolto e a cui non si può rispondere in modo tecnico e istituzionale. È necessario far emergere una cultura legata alla morte che proprio per emergere ha bisogno di immaginazione. In un recente scambio mail Maria Laura Cattinari, presidente di Libera Uscita, mi ha scritto: “Il traguardo più impegnativo e difficile non è infatti quello della legalizzazione dell’eutanasia attiva e volontaria ma quello piuttosto di una vera autentica autodeterminazione terapeutica che implica una rivoluzione in campo medico e sociale”. Nelle sue parole leggo la necessità di un profondo cambiamento nella coscienza delle persone che implica una accettazione della morte nella vita. In questo passaggio che è sicuramente quello di una rivoluzione culturale, sociale, politica e soprattutto esistenziale, sono in gioco le idee di libertà e soggetto su cui l’occidente si fonda e che hanno bisogno di essere immaginate piuttosto che assunte come date.
In una cultura di cacciatori raccoglitori come eravamo tutti noi fino a qualche millennio fa e come sono alcune popolazioni ai margini del mondo, non era necessario decidere in anticipo cosa fare in punto di morte perché una ritualità partecipata e accettata da tutti gestiva il passaggio.
Ma cosa succede se uno di questi indigeni finisce nella nostra cultura di oggi? Se per sfortuna viene coinvolto in un incidente e lo portano in ospedale? Cadrà a questo punto nelle mani della scienza e della medicina? Verrà anche lui “lettizzato”? Gli si darà del tu? Chi deciderà e cosa? Se qualcuno che è portatore di una saggezza che ancora non ha voce e parole chiare con cui esprimerla, verrà ascoltato? Per questo ho qualche dubbio sulla riservatezza che incondizionatamente riconosciamo a quello che sta succedendo ad Alex. Non sto parlando del rispetto delle scelte della famiglia che sono inopinabili, ma dell’alone di non detto e di tabù che le circonda per cui soltanto esprimere curiosità fa sentire in colpa e questo accresce la paura per la malattia e per la morte. Mi chiedo infatti se questa riservatezza ha qualcosa a che fare con l’obbedienza, anche questa considerata ovvia, da parte di parenti e amici di rimanere fuori dagli ospedali invece di essere ammessi vicino ai loro cari, malati di covid. Di questa obbedienza dobbiamo interrogarci. Credo che rappresenti un esempio di quella che Hannah Arendt definisce la banalità del male, cioè di come il male si realizzi attraverso individui colpevoli di aver adempiuto a delle regole che dovevano essere messe in dubbio. Quando realizzeremo con maggior chiarezza cosa abbiamo fatto negli ultimi mesi accettando l’evidenza di una morte rimossa e nascosta all’interno dei camion militari, avremo credo molte difficoltà a perdonarci. Se seppellire i morti celebrando un funerale è uno dei tratti che contraddistingue l’umano allora siamo colpevoli di un crimine contro l’umanità per aver interrotto questa pratica (su simili posizioni il Dott. Manera – anestesista e rianimatore all’ospedale Papa Giovanni di Bergamo durante l’emergenza Covid – https://youtu.be/i0B32R3vi2I vedi al minuto 35’). Qualcuno potrebbe obiettare che lo si è fatto per la sicurezza degli altri e per salvare vite umane evitando il contagio. Questo è ciò che ci ha fatto accettare come ovvia quella scelta. Ma l’ovvio è una violenza imposta da un potere nascosto, in questo caso da quello che attribuiamo alla scienza e alla medicina che non ha trasparenza e chiarezza come dovrebbe. Senza togliere importanza al valore che queste hanno per la vita umana, credo sia fondamentale ora mettere in evidenza l’abbaglio che producono. La sensazione nel ricevere comunicati e regole su come comportarci e vivere è quella di essere “sottomessi alla verità”. E’ la sensazione di una gerarchia dove “chi sa” si trova infinitamente più in alto di chi deve ricevere questo sapere e metterlo in pratica. Come sostengono alcuni pensatori e filosofi contemporanei tra cui Agamben (https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-la-medicina-come-religione) la scienza da servizio alla vita umana si è trasformata in una forma di religione che si fonda sulla paura e la produce. Abbiamo una complicità in tutto questo. C’è una responsabilità nel lasciarsi rassicurare, deresponsabilizzare e accecare.

È forse per questo che anche Alex viene tenuto separato? È forse anche lui in qualche modo contagioso proprio come un malato di covid? Di cosa può contagiarci?

Se Alex è davvero un indigeno o un nativo o uno sciamano come credo, allora potrebbe essere contagioso del dubbio. Potrebbe metterci il dubbio che tutta l’autorità incondizionata che riconosciamo alla medicina è eccessiva. Potrebbe suggerirci che il fine vita abbia bisogno di guadagnare una dimensione di naturalezza che lo liberi dall’essere una patologia e che lo inserisca invece in una cornice di affetti famigliari e di amicizia. Potrebbe renderci consapevoli che sospendere la vita di un individuo in nome di dati ed evidenze mediche sia un atto artificiale che impoverisce e mortifica la vita delle persone impedendo la partecipazione alla morte dell’altro.
Non so se Alex sarebbe d’accordo su ciò che sto dicendo, ma l’aver pensato a lui mi permette di fare un passo nella direzione dell’immaginare la morte a cui accennavo. Significa aprire una via per esplorare un mondo la cui forza generatrice sia la fiducia e non la paura. Incentiva a guardare ad altre culture e oltre l’umano per cercare ispirazione. Non avevo un titolo per questo testo. Questa sera allora ho letto queste parole alla mia famiglia. Ariel mi ha detto: “papà ho sentito due cose, la parola immaginazione e poi…mentre leggevi mi sono sentita come aria…”. In culture differenti la conoscenza non si trova scolpita nella scrittura di pochi ma galleggia leggera nelle storie che si raccontano a voce e che permeano la vita collettiva di una comunità. Narrare queste storie d’aria non significa soltanto andarle a trovare nel mondo come se fossero già lì pronte ma partecipare creativamente ad immaginarle per poi lasciarle volare leggere. Come aria.

*Paolo Maccagno è antropologo e svolge attività di ricerca presso il dipartimento di Antropologia dell’Università di Aberdeen (Scozia) e Socio di Libera Uscita OdV.

6 Responses

  1. Caro Paolo, ho letto e riletto il tuo testo, dapprima in senso orario e poi in senso antiorario. Ti dico subito che la lettura, partendo dalla fine mi è parsa quella migliore. Tua figlia Ariel ha messo subito il titolo che non ti era venuto: aria. D’altronde, cosa potesse dire altro chi porta aria nel nome: fuoco, terra, acqua?
    Sul contenuto, ci sono riflessioni condivise sulla necessità di un onesto e franco dibattito sulla morte, la medicina, la dignità del morire e il rispetto del morto. Politically correct. cioè aria.
    Più interessante è l’altra parola: immaginazione. Da ignaro, anche diffidente, di antropologia, ho colto un tuo ragionamento in tre tappe 1. Alex, per il suo modo esemplare di vivere emozioni, successi e difficoltà è uno sciamano dei nostri tempi; 2.i sciamani hanno un rapporto privilegiato con la morte; 3. io sono interessato ad immaginare come Alex vive questo rapporto, che mi può illuminare. Il tuo testo è già abbastanza lungo così ma potresti prescrivere qualche pillola delle tue riflessioni su queste tesi, no. Grazie. Léon.

    • Caro Leon,
      Grazie del tuo commento.
      La tua lettura interpreta bene quello che cercavo di dire. Non credo però di poter o voler “prescrivere” nulla, ma so in che senso lo stai chiedendo e mi fa piacere dare qualche suggerimento. Credo che l’antropologia abbia molto da dire. Ho la sensazione che ascoltare di altri modi di essere umani potrebbe darci prospettive diverse. In particolare riguardo la morte. Nella cultura in cui viviamo abbiamo l’illusione di essere gli unici e i migliori. In realtà ci sono altri modi di essere e di vivere. Le popolazioni di cacciatori e raccoglitori come quelle del grande nord (Alaska, Canada, Siberia) o altre in luoghi remoti del mondo, ne sono un esempio. Questi popoli sembrano avere un’idea del sè e dell’individuo completamente diversa dalla nostra. Non si considerano come soggetti completamente separati dagli altri e dalla natura come in generale pensiamo noi e di conseguenza la morte per loro assume tutta un’altra prospettiva. Si riconoscono parte di un movimento ciclico che è la vita. Questo ha implicazioni molto grandi proprio su come la morte è vissuta a livello sociale e individuale. Sto proprio cercando di portare storie da quei mondi che arricchiscano il dibattito contemporaneo sul fine vita nella nostra società.
      Per quanto riguarda Alex sono stato molto combattuto a livello etico sull’inserire un riferimento a lui. Come ho detto nell’articolo non lo conosco anche se mi piacerebbe molto. Non so quindi se lui è davvero uno sciamano ma credo che abbia una grande forza e sappia ispirare. Caratteristiche importantissime per il momento storico che stiamo vivendo in cui credo sia fondamentale liberarsi dal politically correct e dall’urgenza di ricevere certezze. L’autoritarismo della scienza va smontato non solo in ambito accademico ma da ciascuno di noi nell’assumerci la responsabilità di “immaginare” e di provare a vivere l’incertezza.

      Paolo

  2. Caro Paolo, ho letto la tua riflessione sulla condizione di Alex Zanardi e sul nostro rapporto con la morte.
    Mi ha fatto pensare a come io ho vissuto le morti delle persone importanti, da mio padre a Marcello.

    Non ero abituato, prima, a veder morire, ad incontrare chi stava per andarsene e devo ammettere che queste esperienze mi hanno mutato profondamente anche se mi è difficile dire come.
    Ci provo perché il tuo testo merita una risposta o meglio una restituzione.
    In primo luogo la morte di mio padre.

    Il primo ricordo indelebile è di lui caricato su di una sedia in dotazione alla CRI, di notte, mentre con le sue mani cerca di afferrare la ringhiera per cercare di opporsi al suo trasferimento in ospedale.

    La prima riflessione che mi viene è che, spesso, prima di morire si viene strappati dal proprio ambiente, dalla propria casa. Si viene rapiti non dalla morte, ma da chi è deputato a salvarti la vita.
    Certo, il fine è positivo, ma lo è sempre? A 88 anni ha ancora senso cercare di strappare alla morte un uomo/donna?
    Non sarebbe meglio valutare, ponderare sul SENSO di una cura in determinate condizioni?

    La medicina è diventata davvero una forma di religione che non tollera dubbi, una religione che ha posto la sopravvivenza come unico, sommo valore. Non la vita, ma sopravvivere a livello fisiologico. Non si chiede se abbia senso, perché è un dogma.

    Poi, fra i tanti momenti, c’è la paura dei medici nel dire chiaramente ai parenti la verità. La dottoressa che, con un visibile imbarazzo, come se dovesse ammettere qualcosa che non si dovrebbe dire, mi comunica che il quadro clinico di mio padre è molto debole. Io avevo capito che era arrivata la fine, ma la dottoressa non è stata in grado di guardarmi negli occhi e di dirmi che per mio padre, ormai prossimo ai novant’anni, il viaggio era ormai giunto alla fine. Ci vuole coraggio per dirlo, coraggio nell’ammettere che la vita, inevitabilmente, si spegne e che occorre accettarlo. Ci vuole coraggio ed umiltà.

  3. Meno male che c’è una dottoressa che manifesta un visibile imbarazzo. allora, c’ è forse un futuro per noi.
    Grazie per questa bella riflessione. Léon.

  4. Caro Paolo,

    Ho letto le tue riflessioni con grande curiosità e interesse. Mi è piaciuta la delicatezza e sensibilità con le quali sei riuscito a parlare di morte e di responsabilità nell’affrontare il tabù della morte. Le tue riflessioni mi hanno fatto pensare ad alcuni spunti sul nichilismo dell’Occidente, la morte e la tecnoscienza scritti dal filosofo Emanuele Severino. Mi pare che le tue riflessioni aprano uno spazio per parlare di immaginazione e morte in modalità nuove. Trovo che la rimozione della malattia e della morte sia una delle cause del malessere contemporaneo. Vorrei chiudere con una riflessione molto personale: penso che le tue parole possano offrire uno spunto per quanti non lasceranno un pezzetto di se su questa terra attraverso dei figli. Non sono in grado ancora di elaborare, ma le tue parole invitano a un superamento del piano puramente “personale” verso una dimensione più collettiva del pensare la morte e quindi anche e soprattutto la vita

  5. Caro Paolo, grazie per questo articolo che ci da l’opportunità di parlare della morte. La prima cosa è proprio questa:parlarne, con naturalità non trivialità, ma parlarne perchè non è e non può essere il tabù che è per la nostra cultura. Non ne parliamo perchè abbiamo troppa paura, perchè abbiamo perso il senso di un’esistenza che è molto più…in cui la morte fìsica NON è il contrario della vita ma è una parte essenziale della Vita. Ci sono tante altre “morti-in-vita” che sì sono l’antitesi della vita perchè vanno contro i processi vitali dell’esistenza e dell’essere. L’accanimento alla vita biologica è una di queste morti. La morte come transizione vero un altro stato dell’ essere è parte della Vita, credo io. E come ben sai, non parlo per sentito dire ma per esperienza personale. La morte mi è diventata amica e quando ho accettato l’idea che fosse molto vicina, reale e inevitabile, ho perso la paura.
    Ci sarebbe così tanto altro di cui parlare, ma per ora va bene così. Solo un ultimo punto: in tutte le culture indigene del mondo, gli sciamani sono coloro che hanno una visione “totale” dell’esistenza, che non riconoscono anzi non “vedono” nè percepiscono divisione tra il mondo della materia e il mondo dello spirito, e quindi transitano “a loro piacimento” tra i vari mondi, in quel “pluriverso” che è diventato tanto di moda usare (senza capirlo davvero) nel linguaggio accademico. Approfitto per ringraziarti di non usarlo, quel linguaggio qui, e invece di aver scritto di un tema così pesante cioè importante in termini così leggeri come l’aria che ci nutre ed è il linguaggio (nella cosmovisione Maya) degli spiriti e degli antenati. Il cammino degli sciamani è un cammino sacro, bisogna stare attenti a come si usa questo termine. Lo dico con grande rispetto per gli sciamani, per Alex e per te.
    Grazie ancora per questa opportunità.

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