Recensione – “Questione di vita e di morte” Paolo Flores D’Arcais

Paolo Flores D’Arcais, filosofo e direttore di ‘MicroMega’, ha recentemente pubblicato con Einaudi ‘Questione di vita e di morte’, un vivace pamphlet definito dall’autore “un’apologia filosofica del diritto all’eutanasia”
Il saggio si caratterizza per il taglio spiccatamente filosofico delle argomentazioni, testimoniato proprio dal recupero del significato originale del termine eutanasia, quello di ‘buona morte’
Dove per buona morte si intende un fine vita nel quale sia consentito operare scelte coerenti con i valori professati nel corso della propria esistenza.

La tesi principale argomentata nel libro è che ”l’autonomia di ciascuno sul proprio fine vita è la radice stessa della sovranità su di sé”, e solo se “solennemente scolpita nella Costituzione come inalienabile diritto umano e civile” è scongiurato il rischio che “la tua vita possa finire alla mercè di altri, fosse anche una maggioranza schiacciante, che potrebbe decidere anche la tua religione, le tue idee politiche, o la tua professione”.

La domanda da cui prende origine l’argomentazione è la stessa con cui l’autore intitolava un saggio pubblicato circa dieci anni fa: “A chi appartiene la tua vita?”
Una domanda posta direttamente al suo interlocutore ‘amico lettore’.
“Sul tuo fine vita preferisci decidere tu o preferisci che decida un estraneo, qualcuno che tu non conosci, scelto dal caso o dai rapporti di forza? Questo è l’unico interrogativo intellettualmente e moralmente onesto con cui affrontare il tema del fine vita, del suicidio assistito, dell’eutanasia.”

E sempre rivolgendosi al suo amico lettore ribadisce: “se scegli di essere il sovrano del tuo fine vita puoi anche affidarlo poi a chi vuoi tu, al tuo medico, al tuo prete, al tuo Dio, alla tua idea di natura, ma se invece non tieni ferma la sovranità di ciascuno sul proprio fine vita dovrai accettare su di te l’imperio di un altro medico, un altro Dio, che potrebbero decidere contro la tua volontà.”

Di seguito D’Arcais sottolinea che oggi, nella discussione pubblica, chi intende appropriarsi della sovranità della vita altrui utilizza surrettiziamente “l’inganno del bene indisponibile” che, secondo molti giureconsulti sarebbe dichiarato dalla legge italiana negli articoli 579 e 580 del Codice penale.
Inganno perché, a parere di D’Arcais, i succitati articoli non affermano affatto che la vita (umana) è un bene indisponibile ma piuttosto sottraggono la disponibilità della propria vita alienandola a qualcun altro, secondo le pretese dello Stato totalitario che quegli articoli ha promulgato il 19 ottobre del 1930.

Ma così facendo lo Stato, o la comunità nel suo complesso, “presuppone e impone un diritto pregiudiziale e superiore della collettività sulla vita stessa dei cittadini” che determina “il tracollo di ogni diritto individuale inalienabile e il venir meno dell’intera costellazione dei diritti umani e civili”.

Al saggio in questione, che a mio avviso non dovrebbe mancare nella biblioteca di chi si batte per la “libertà nel fine vita”, va riconosciuto principalmente lo sforzo di fornire un solido e ben argomentato fondamento etico-filosofico al cosiddetto ‘diritto all’eutanasia’, in mancanza del quale il dibattito sul fine vita dignitoso, in gran parte incentrato sul principio di beneficenza, rischia di limitarsi a circoscrivere il proprio orizzonte a patologie inguaribili, sofferenze insopportabili e terminalità imminente, escludendo la possibilità di una ‘Libera Uscita preventiva’ volta ad evitare di giungere a livelli intollerabili di sofferenza.

Filippo D’Ambrogi – membro direttivo nazionale Libera Uscita

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