Amo i miei figli MA… (?)

Pubblichiamo di seguito un articolo dal blog dello psicoanalista Mario Aldovini, nostro socio:

“Amo i miei figli ma quando servirà li porterò a morire”: è il titolo di un articolo su Repubblica del 23 settembre scorso. Si può leggerlo qui.

1 – L’articolo, che presenta l’intervista a una donna madre di due figli affetti da una forma di SLA particolarmente grave, offre l’immagine complessa di una situazione estrema, in cui ci è consentito vedere da un lato il dramma terribile di quei due ragazzi e dei loro genitori, dall’altro gli aspetti bellissimi e dolci che sono sempre possibili in una buona situazione di relazioni e affetti profondi: quel che si dovrebbe intendere quando si dice amore, insomma. Fa bene leggerlo, abbiamo bisogno di riferimenti positivi (buoni esempi, si diceva una volta) che ci consentano di identificarci e ci aiutino a considerare possibile fare le cose giuste, farle tutti i giorni e intrecciare la fatica e il dolore con la dolcezza e la gioia. Che è poi vivere la proprio vita dal di dentro.
Ad un certo punto la giornalista dice “Siete eroici”. “No, siamo una famiglia”, è la risposta. Ed è risposta bellissima perché mi pare alludere ad un legame fatto di relazioni e affetti profondi, come ho scritto sopra, cioè di amore. In una logica virtuosa che ci mostra possibile una specie di semplicità del bene che si contrapponga, nella sua apparente facilità, alla banalità del male e alla sua altrettanto apparente facilità. Facilità apparente in entrambi i casi, a mio parere, e qui si apre il tema della scelta, delle scelte e della responsabilità, della libertà.

2 – Libera Uscita ha fatto molto perché anche in Italia fosse possibile lasciare disposizioni anticipate per il trattamento di fine vita, sia sul piano della proposta politica sia su quello dell’informazione necessaria all’esercizio di questo aspetto della democrazia: dopo tanti anni di impegno e dopo la promulgazione di una legge che costituisce un importante primo passo, è imbarazzante rilevare, anche in questo articolo, il persistere di una certa confusione fra eutanasia, suicidio assistito e diritto alla sospensione delle cure. Anche trattando questo caso, come già fu per dj Fabo, si parla di suicidio assistito e di eutanasia, ma non ci sarà ora, come non si sarebbe stata allora, necessità di suicidio assistito e viaggio in Svizzera, perché la sola sospensione delle cure, con opportuna sedazione, provocherebbe una morte indolore. Questa confusione non solo ostacola la chiarezza necessaria a trattare temi legati ai personali sistemi di valori, ma è dannosa agli stessi interessi etici e politici del giornale e dell’autrice dell’articolo. Sì, proprio dannosa perché di questa confusione approfittano coloro che, rifiutando nella loro angusta visione integralista ogni esercizio di libertà di coscienza, con disinvolte identificazioni turbano coloro che sarebbero propensi a considerare accettabile la sospensione delle cure in sedazione continua profonda, forse anche il suicidio assistito, ma si irrigidiscono di fronte alla parola eutanasia.

3 – Gli articoli dei giornali sono scritti, almeno entro certi limiti, dai loro autori, ma non è così per i titoli: e questa volta il titolo è completamente fuorviante e contiene due scorrettezze gravi, una di contenuto e l’altra di forma. “Amo i miei figli ma quando servirà li porterò a morire”: questa frase (messa tra virgolette lasciando intendere che sia stata realmente pronunciata) non risulta dal testo dell’intervista, anzi è in aperto contrasto con l’articolo. Nel quale risulta invece chiaro che in questa famiglia genitori e figli hanno una relazione di amore e di accettazione reciproca: solo così possono vivere condividendo il riso e il pianto e sapendo che l’amore più grande si esprime nel rispetto della libertà di ognuno.
Ma questo amore accogliente e rispettoso non è pensabile come assoluto e senza articolazioni interne, senza conflitti: l’animo umano è un complesso di contraddizioni alle quali l’io deve far fronte nel continuo ridefinirsi dell’equilibrio fra spontaneità e controllo degli impulsi. Si fa presto a dire amore, ma poi è difficilissimo capire di che cosa in realtà si parli. Basta guardarsi attorno o leggere le cronache per vedere come si parli di amore in situazioni diversissime, da quella di chi si sacrifica per il bene di coloro che ama a quella di chi fa soffrire coloro che ama… mi verrebbe spontaneo scrivere “dice di amare”, che sarebbe poi un tentativo di decidere, IO!, che cosa sia il vero amore: ma ha senso la domanda? Per ognuno è vero l’amore che prova, fascio complesso e contraddittorio di emozioni attese desideri e paure che continuamente si modulano e trasformano nell’adattamento dell’io al fluire dell’esperienza della vita. Si può dire che amiamo come abbiamo imparato ad amare, nel senso che il contesto in cui si è formata la nostra personalità attraverso i diversi stadi della maturazione ci ha portato ad essere quel che siamo, allo stesso modo in cui parliamo la nostra lingua e in essa soprattutto pensiamo e comunichiamo pensieri ed emozioni.
Abbiamo imparato ad amare partendo da un rapporto simbiotico di dipendenza da figure significative di attaccamento, infatti tradizionalmente vediamo nel rapporto fra la madre e il bambino il principio motore dello sviluppo affettivo: all’inizio ti amo perché ho dei bisogni e tu soddisfi con tenera adeguatezza questi miei bisogni. Poi la maturazione psicofisica nel corso degli anni porta, attraverso sviluppi interiori individuali e relazionali, al raggiungimento della pienezza delle proprie potenzialità: se guardiamo alla radice delle parole, il verbo latino adolescere (crescere) indica che l’adolescente sta crescendo e che l’adulto è cresciuto, non cresce più, è maturo.
Le cose, che sono abbastanza chiare dal punto di vista fisico, sono invece molto più intricate dal punto di vista psicologico, perché la maturazione psicoaffettiva è estremamente complessa e, a differenza di quella fisica, non si vede non si tocca e non si misura allo stesso modo dei fenomeni fisici. Quando infatti pensiamo ad un adulto intendiamo una persona che ha raggiunto la capacità di gestire in modo autonomo il proprio ambiente interno e il contesto esterno materiale e relazionale, ma non è semplice definire e capire le cose nella realtà, anche perché crescere non significa sostituire un assetto psicofisico nuovo a quello precedente, non è come quando Pinocchio da un momento all’altro diventa un bambino vero: crescere significa soprattutto accumulare, come una pianta che conserva dentro di sé tutto ciò che è stata. Quando diciamo, con espressione abusata, “il bambino che è in me” non parliamo di ricordi, bensì di modi di sentire, impulsi, fantasie ed emozioni che rimangono in noi come storia viva di situazioni che continuamente si intrecciano e riattivano. Rendercene conto ci rende ricchi di potenzialità nelle nostre scelte e di conseguenza, come per tutte le scelte, di responsabilità. Non rendercene conto ci libera in apparenza del peso delle scelte e delle responsabilità, ma ci lascia preda dei nostri impulsi limitando gravemente la nostra capacità di progettare e vivere realmente la nostra vita.

4 – A questo punto, per ricondurre il discorso al tema iniziale, sarà forse utile riflettere su alcuni diversi possibili significati della parola amore, che corrispondono a diversi modi in cui si realizza l’investimento affettivo:
a – si ama nel senso di sentire il bisogno di qualcuno (come il bambino, che è completamente dipendente dalla figura materna che lo accudisce con tenerezza più o meno adeguata). Questo atteggiamento è spesso alla base di comportamenti di accanimento terapeutico, anche in violazione della volontà dei pazienti, da parte di familiari che non riescono a tollerare la perdita del loro congiunto.
b – si ama perché si è strutturata una trama complessa di scambi significativi e di reciproco riconoscimento, in cui si attivano con continuità coinvolgimenti affettivi: è stato osservato con efficace sintesi che ci si evolve da una forma possessiva di amore (ti amo, ti voglio perché ho bisogno di te per il mio sentirmi bene) a una forma più complessa e generosa (ho bisogno di te e del tuo bene perché ti amo). In questo caso, di fronte al desiderio di rimandare il dolore della definitiva separazione, prevale il desiderio di rispettare la scelta del congiunto che non riesce più a trovare la vita degna di essere vissuta: non a caso Mina Welby intitola il suo libro “L’ultimo gesto d’amore”.
c – si può amare perché si sente di dover rispondere ad un imperativo interiore strutturato sull’assimilazione dei modelli culturali di appartenenza (devi amare i figli, devi amare i genitori…), e spesso questo imperativo sarà corredato da “istruzioni per l’uso” e argomentazioni che lo fondano dall’esterno, in una triangolazione che aggiunge ai soggetti del rapporto d’amore un riferimento normativo (si è sempre fatto così, sono le leggi della natura, sono le leggi dello stato, Dio comanda che…). Si tratta di un atteggiamento pericoloso e paradossale perché fa oggetto di prescrizione un sentimento, mentre i sentimenti per loro natura non sono volontari: il pericolo è che non potendo decidere il sentire ci si riduca a imporsi comportamenti che lo mimino… sballottati fra Scilla del senso di colpa e Cariddi dell’ipocrisia.

5 – Ancora una volta bisogna mettere in evidenza la complessità del sentire umano che non è mai univoco ma è sempre complesso. Quindi, per rimanere nella semplificazione dello schema proposto, le forme di amore sopra descritte coesistono in chiunque si trovi di fronte a tali scelte, che non sono mai semplici: infatti anche la madre di quei due giovani sottolinea come sia comunque un grande dolore il pensiero di perderli. Quella madre ama i suoi figli e PER QUESTO quando sarà il momento farà rispettare la loro volontà di morire, come chiedono loro stessi nel testamento biologico che hanno depositato.

Mario Aldovini

Psicoanalista

Già Membro del Direttivo Nazionale di Libera-Uscita

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