Autodeterminazione Vigilata?

A qualche settimana dalla dolorosa scomparsa della giovane olandese Noa Pothoven, inizialmente presentata come un caso di eutanasia e solo in seguito correttamente descritta come un lento suicidio accompagnato dalle cure palliative, l’attenzione sembra focalizzarsi sulla “nozione di autodeterminazione” e sull’”accertamento della sua realtà concreta”.

In particolare Gustavo Zagrebelsky, nell’articolo “La morte assistita e la scelta italiana”, comparso su “La Stampa” il 6 giugno, ha espresso la preoccupazione che la richiesta di anticipare la conclusione della propria esistenza possa non essere frutto di una libera determinazione, e che occorra quindi attivare rigorose procedure di accertamento della volontà degli interessati da parte di specialisti di diversa formazione, non solo psichiatrica o psicologica ma anche sociale.

“Non si otterrà sempre un ripensamento” – aggiunge l’autore – “perché le alternative potrebbero essere rifiutate, ma almeno si potrà effettivamente parlare di libertà di autodeterminazione”.

Pare una preoccupazione del tutto ragionevole quella di Zagrebelsky a patto che tale accertamento non sia ideologicamente condotto nell’ottica vitalistica di chi – come lo psicanalista Massimo Recalcati – ritiene compito dello Stato “contrastare sempre e in ogni modo, anche attraverso le Leggi, la spinta di morte”. (Noa e il buio di una scelta – Repubblica 05-06-2019)

Tuttavia, allontanandoci dal caso di Noa che pone un’infinità di interrogativi per la sua giovane età, mi chiedo se debba essere sistematicamente attivato un rigoroso accertamento della reale volontà dell’interessato o se invece debba essere semplicemente offerto a chi accetta di sottoporvisi. Personalmente devo ammettere che mi disturba l’idea che l’autenticità della mia autodeterminazione possa essere sottoposta in al giudizio di presunti “esperti” che magari, proprio nello stato di avanzamento della mia età, potrebbero reperire elementi in grado – a loro giudizio – di comprometterla. In altre parole non vorrei che l’autodeterminazione fosse ritenuta libera e rispettabile solo nei soggetti ‘forti’, come ad esempio i rocciatori che non tollerano limitazioni nelle loro decisioni di rischiare la propria vita, mentre fosse da sottoporre ad un regime di “vigilanza” nei soggetti deboli, troppo giovani o troppo vecchi, troppo malati o troppo depressi per essere in grado di rivendicare con forza il loro diritto di smettere di soffrire. Sono propenso a vedere in un tale eventuale differente atteggiamento una forma di discriminazione che riterrei inaccettabile.

Tuttavia, rendendomi conto che una legge che depenalizzasse l’eutanasia e/o il suicidio assistito non potrebbe venire alla luce se non adottando rigorosi criteri di appropriatezza come quelli suggeriti da Zagrebelsky, credo sia opportuno aver ben presente il rischio che una forma seppur attenuata di paternalismo medico-istituzionale possa riemergere proprio in forma di “Autodeterminazione Vigilata”.

Come cautelarsi quindi di fronte a questo rischio? Un suggerimento ce lo fornisce Leon Bertrand, il Segretario di Libera Uscita, nell’opuscolo pubblicato dall’Associazione: “Man mano che invecchiamo diventa sempre più importante parlare con regolarità del nostro stato di salute e di come percepiamo la qualità della vita con le persone che saranno coinvolte negli ultimi stadi della nostra vita. Dipende da noi fissare i limiti di quello che riteniamo accettabile. Parlarne spesso con chiarezza eviterà imbarazzanti e deprecabili malintesi al momento del bisogno.” Come dire che un’espressione aperta e tempestiva della propria intenzione di esercitare pienamente il diritto di l’autodeterminazione, a prescindere dallo stato di malattia, possa essere il modo più efficace di scongiurare il rischio di essere sottoposti in futuro ad un regime di ”Autodeterminazione Vigilata” Meglio ancora se le nostre considerazioni fossero anche redatte nero su bianco all’interno di una DAT (Disposizione Anticipata di Trattamento) che potrebbe essere particolarmente utile proprio fornendo dettagliate informazioni sulla nostra concezione del mondo, e indicando un fiduciario disposto ad assumersi il compito di farla rispettare.

Dr. Filippo D’Ambrogi

Direttivo Nazionale

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