L’ultimo Saluto al nostro socio onorario Umberto Veronesi

Venerdì 11 novembre 2016 si è celebrato a Milano il funerale laico del nostro socio onorario Umberto Veronesi, l’oncologo italiano più famoso nel mondo, già Senatore e Ministro della Sanità.

LiberaUscita lo ricorda riportando quanto ha scritto su di lui La Repubblica il 9 novembre scorso:

Ai suoi sette figli ha detto “di accantonare la triade Dio-Patria-Famiglia per sostituirla con i valori laici della libertà, della tolleranza e della solidarietà”.

“Pensate all’uomo perché solo l’uomo merita di essere lo scopo dell’uomo”;

Ostinato, impudente e anticonformista com’era, tanto da apparire a volte un provocatore, ha avuto il coraggio e l’onestà intellettuale di combattere anche le battaglie perdute: eutanasia, liberalizzazione delle droghe, energia nucleare, staminali, abolizione dell’ergastolo.

Sulle questioni di fine vita ci piace riproporre in sintesi un suo contributo presentato al convegno “Dignità del morire” organizzato a Milano dalla Consulta di Bioetica nel dicembre 2000.

“Le questioni di fine vita, e specialmente quelle inerenti alla dignità del morire, sono per me argomenti di estremo interesse anche perché, avendo trascorso tutta la mia vita nella lotta ai tumori, sono stato quotidianamente in contatto con i più dolorosi problemi esistenziali connessi con la malattia.

In tanti anni ho sviluppato una mia concezione che, sullo sfondo di un considerevole scetticismo, trova la sua impalcatura nel più profondo rispetto e nella più grande attenzione per la persona che soffre.

La sofferenza, quindi, come costante esistenziale e la morte come punto di riferimento assoluto di una medicina che ponga il paziente, e non la malattia, al centro dell’attenzione.

La morte è un fatto biologico a cui la gente deve adattarsi, o meglio, che deve tornare ad accettare.

Occorre dunque che le nuove generazioni imparino fin dall’inizio a convivere con l’idea della morte, evento altrettanto importante e necessario che la nascita.

Occorre che la gente sappia che la morte di ciascuno di noi rientra nel grande disegno biologico al quale apparteniamo insieme agli animali e alle piante,.

Morire è necessario a far posto a quelli che verranno dopo di noi, altrimenti si verificherebbe una catastrofe biologica.

Tutto il meccanismo della vita sulla terra è basato su questo principio della staffetta.

Ma  morire non è solo un dovere biologico, è anche un dovere sociale.

Sociale nel senso che la sopravvivenza della specie dipende dalla capacità produttiva di ciascuno, e quindi gli individui improduttivi, una volta assolto il compito di trasferire ai nuovi individui esperienza e conoscenze, è giusto che scompaiano.

Le società umane hanno sempre accettato, più o meno consapevolmente, questa idea, tant’è vero che la morte di una persona anziana suscita minore rimpianto.

Tutti avvertiamo, in fondo, che si tratta di un evento naturale.

Fatte queste premesse e accettando la condizione mortale dell’uomo, è facile concludere che non è tanto la morte che dobbiamo combattere quanto il dolore e la sofferenza.

Ecco perché il mio proposito di medico (come lo è stato anche di Ministro) è quello di fare tutto il possibile per rendere il periodo terminale della vita il più accettabile possibile.

E necessario che si attenuino i vincoli, spesso di carattere etico e religioso, che limitano attualmente l’uso dei farmaci antidolorifici, degli stupefacenti e dei sedativi.

Se il medico si sentirà moralmente autorizzato ad aumentare i dosaggi, anche a costo di un lieve accorciamento della vita residua – parliamo di lieve riduzione, non di eutanasia -, con le conoscenze farmacologiche e neurologiche in nostro possesso saremo in grado di risolvere il problema del dolore.

Il vantaggio degli stupefacenti è che non tolgono solo il dolore, ma combattono l’angoscia (ed è proprio per liberarsi dell’angoscia che molti giovani si drogano).

Gli stupefacenti riducono in parte anche la coscienza, e questo è considerato un fatto intrinsecamente  negativo.

Ora io credo che possiamo chiede a un malato di rimanere cosciente fino a che la lucidità e la vigilanza gli servono.

Ma davanti al disfacimento del suo corpo, all’umiliazione del dolore estremo, perché non aiutarlo a limitare le sue capacità di percezione?

Se l’utilizzo della morfina nei casi gravi, con dolore e sofferenza intollerabili diventerà una regola che, con grande attenzione,. possa essere seguita da ogni medico comprensivo e caritatevole, allora la richiesta di anticipare l’evento biologico terminale sarà meno frequente.

Io auspico che dibattiti sempre più profondi, e un impiego di morfina sempre più mirato, possa far crollare in futuro le richieste di eutanasia, risolvendo il problema alla sua radice.”

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