La Bioetica in Italia

Negli ultimi trent’anni le questioni legate all’ordinamento familiare, al nascere, al curarsi e al morire, sono state oggetto in Italia di un confronto che ha visto contrapporsi frontalmente la cultura cattolica e la cultura laica.
Il libro “La Bioetica in Italia” di Sebastiano Serafini, docente di Teologia Morale e Bioetica presso l’Istituto Teologico Marchigiano, offre una puntuale ricostruzione storica di questo scontro, delineando con esemplare chiarezza lo sfondo concettuale delle posizioni in campo.
La tesi centrale sostenuta dall’autore è che il rinnovamento teologico-morale prodotto dal Concilio Vaticano II potrebbe offrire l’opportunità di instaurare una tregua nella lunga battaglia culturale combattuta da laici e cattolici sul terreno della bioetica, dischiudendo spiragli di dialogo e di reciproco riconoscimento.

Nell’illustrare lo sfondo concettuale delle posizioni in campo Serafini ha fatto proprio il contributo di Giovanni Fornero, autorevole filosofo di orientamento laico, cui riconosce il merito di aver delineato in termini corretti il dibattito svoltosi in Italia fra la bioetica cattolica “ufficiale” e la bioetica laica.
L’adozione della ricostruzione analitica di Fornero è dipesa anche dal fatto che non sempre – a detta dell’autore – ha corrisposto in ambito cattolico la medesima accuratezza nello studio del pensiero dei bioeticisti laici, identificati come competitori più che come interlocutori.
Per definirne la prospettiva teorica si è fatto spesso uso di formule come “ingenuità”, “opinionismo”, “relativismo”, “dissoluzione dell’ordine morale”, “cultura della morte”, espressioni che, secondo l’autore, suonano più come esorcismi che come strumenti in grado di capire in profondità la struttura del pensiero sotteso alla bioetica laica.

Serafini riconosce inoltre a Fornero che la sua ricostruzione si muove su un piano meramente descrittivo, e cioè si riferisce alla constatazione dell’esistenza ‘di fatto’ di una contrapposizione fra il paradigma cattolico ufficiale dell’indisponibilità o sacralità della vita, e quello laico della disponibilità o qualità della vita, e che l’accurata individuazione degli elementi distintivi non è volta a radicalizzare i contrasti esistenti, ma a rendere più agevole la mutua comprensione, e a porre quindi le basi di un dialogo autentico, in grado di favorire un confronto leale fra le parti.

Nella configurazione paradigmatica della “bioetica cattolica ufficiale” giocano un ruolo centrale l’idea di Dio, l’antropologia creazionista, la visione della vita umana come realtà sacra e indisponibile, l’esistenza di un piano divino insito nella natura e la necessaria conformità della legge civile con la legge morale.
Il pensiero cattolico ragiona infatti sulla base dell’affermazione filosofica dell’esistenza di Dio come fondamento del mondo e della vita umana.
L’uomo è una creatura, cioè un ente qualificato da una relazione di dipendenza dal Creatore e la sua dignità non si fonda sulla struttura personale della sua esistenza ma sul legame della creatura con il Creatore.

Diversamente, pur non dando luogo a un corpo teorico omogeneo, la bioetica laica si configura come una famiglia di dottrine elaborate ragionando “etsi deus non daretur”, cioè come se Dio non ci fosse, con alcune idee-guida condivise all’interno di un paradigma nel quale il centro è occupato dall’uomo, cui viene attribuita la capacità, un tempo riservata a Dio, di determinare il vero, il bene e il giusto.

Caposaldo della bioetica laica è il principio di autodeterminazione che conferisce agli individui la capacità di autoplasmarsi secondo modelli e stili di vita scelti sulla base del principio di autonomia.
Ciò comporta da una parte il diritto di scegliere da sé, senza interferenze esterne di autorità costituite, con l’unico limite di non recar danno ad altri, e dall’altra il dovere di ognuno di salvaguardare il più possibile gli spazi e le possibilità di scelta, proprie e altrui.

Alla base dell’opzione della bioetica laica di privilegiare l’autonomia delle persone c’è l’idea che la natura non sia una realtà incondizionatamente buona cui l’individuo deve conformarsi passivamente, quanto piuttosto una struttura imperfetta, che l’uomo può cercare di rendere meno ostile e più abitabile, trasformando in un ambito di possibili scelte anche ciò che in passato era avvertito come una sorta di destino ineluttabile.

Una trasformazione che rappresenta – secondo Maurizio Mori, esponente di spicco della bioetica laica – l’ultima tappa di un lungo processo iniziato secoli fa, che ha prodotto la libertà di scegliere il proprio lavoro, il luogo ove risiedere, il partner con cui convivere, ecc.. e che ora persegue ulteriori traguardi di libertà rendendo opzionabili scelte che riguardano la nascita, la salute e la morte.

Ulteriori traguardi che, non riconoscendo un ordine morale ‘superiore’ cui conformarsi con divieti e doveri assoluti, e collocando quindi le persone in uno spazio eticamente inesplorato, richiedono un consistente supplemento di responsabilità di fronte a se stessi e al mondo.

Per questo – aggiungerei – accostando indissolubilmente autonomia e responsabilità, la biotica laica potrebbe definirsi anche ‘dell’Autodeterminazione Responsabile’, una denominazione che potrebbe forse contribuire a contestare l’accusa di ‘amoralismo’, proveniente non di rado da diversi esponenti della cultura religiosa.

Dopo aver illustrato le cause storiche, filosofiche, teologiche ed ecclesiali della contrapposizione fra laici e cattolici prodottasi nel dibattito bioetico italiano, Serafini prende in esame la possibilità di dar vita a un discorso bioetico che, pur nella consapevolezza delle differenze, consenta di relazionare in termini non semplicemente oppositivi, cultura cattolica e cultura laica.

Secondo l’autore, la recezione della bioetica nell’ambito del cattolicesimo italiano mediante un dispositivo che fa riferimento ad una legge naturale quale fonte di legittimazione di un ordine morale assoluto, e che si esprime con linguaggio etico marcatamente disciplinare, ha contribuito a creare diffidenze nei confronti della proposta morale della Chiesa.

La tesi sostenuta nel libro è che, a partire dal Concilio Vaticano II, e dal rinnovamento della teologia morale prodottosi e fatto proprio da alcuni teologi appartenenti all’Associazione Teologica Italiana per lo Studio della Morale, sia possibile configurare un discorso morale in grado di instaurare una tregua, e di aprire spiragli di dialogo, nella lunga battaglia tra laici e cattolici.
Questa tesi, ampiamente argomentata, viene supportata anche dal fatto che il magistero di papa Francesco sembra offrire alcune aperture che lasciano intravvedere una “forma di Chiesa” in grado di contestualizzare l’apporto della teologia alla bioetica non sul terreno della legge, ma su quello del bene comune.

In conclusione credo non si possa che concordare con Humberto Miguel Yanez, della Pontificia Università Gregoriana di Roma , nel riconoscere a Serafini la capacità di trattare la complessità dell’agire morale con l’onestà e la responsabilità del ricercatore consapevole del fatto che dietro ad ogni problema morale si cela il dramma della sofferenza delle persone.

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