COMUNICATO STAMPA CORTE COSTITUZIONALE – FINE VITA: QUANDO NON È PUNIBILE L’AIUTO AL SUICIDIO

L’esigenza di garantire la legalità costituzionale deve prevalere su quella di lasciare
spazio alla discrezionalità del legislatore. E se la dichiarazione di incostituzionalità
rischia di creare vuoti di disciplina che mettono in pericolo diritti fondamentali, la
Corte costituzionale deve preoccuparsi di evitarli, ricavando dal sistema vigente i
criteri di riempimento, in attesa dell’intervento del Parlamento.
È quanto si legge nella sentenza n. 242 depositata oggi (relatore Franco Modugno)
con cui la Corte costituzionale – decorso inutilmente il termine di circa un anno dato
al Parlamento, con l’ordinanza n. 207/2018 per legiferare – spiega le motivazioni
della decisione sul fine vita, anticipata con il comunicato stampa del 25 settembre
2019.
La sentenza conferma preliminarmente le conclusioni raggiunte con l’ordinanza 207.
La Corte ha ribadito, anzitutto, che l’incriminazione dell’aiuto al suicidio non è, di
per sé, in contrasto con la Costituzione ma è giustificata da esigenze di tutela del
diritto alla vita, specie delle persone più deboli e vulnerabili, che l’ordinamento
intende proteggere evitando interferenze esterne in una scelta estrema e irreparabile,
come quella del suicidio.
È stata però individuata una circoscritta area in cui l’incriminazione non è conforme
a Costituzione. Si tratta dei casi nei quali l’aiuto riguarda una persona tenuta in vita
da trattamenti di sostegno vitale (quali, ad esempio, l’idratazione e l’alimentazione
artificiale) e affetta da una patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze
fisiche o psicologiche, ma che resta pienamente capace di prendere decisioni libere e
consapevoli.
In base alla legge sulle disposizioni anticipate di trattamento (legge 22 dicembre
2017, n. 219, sulle DAT), il paziente in tali condizioni può già decidere di lasciarsi
morire chiedendo l’interruzione dei trattamenti di sostegno vitale e la sottoposizione
a sedazione profonda continua, che lo pone in stato di incoscienza fino al momento
della morte. Decisione che il medico è tenuto a rispettare.
La legge, invece, non consente al medico di mettere a disposizione del paziente
trattamenti atti a determinarne la morte. Il paziente è così costretto, per congedarsi
dalla vita, a subire un processo più lento e più carico di sofferenze per le persone che
gli sono care. Ciò finisce per limitare irragionevolmente la libertà di
autodeterminazione del malato nella scelta dei trattamenti, compresi quelli finalizzati
a liberarlo dalle sofferenze, garantita dagli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione.
Questa violazione costituzionale non potrebbe essere, tuttavia, rimossa – secondo la
Corte – con la semplice esclusione della punibilità delle condotte di aiuto al suicidio
delle persone che si trovano nelle condizioni indicate. In assenza di una disciplina
legale della prestazione dell’aiuto, si creerebbe, infatti, una situazione densa di
pericoli di abusi nei confronti delle persone vulnerabili. Disciplina che dovrebbe,
d’altra parte, investire una serie di aspetti, regolabili in vario modo sulla base di
scelte discrezionali, rimesse al legislatore.
Per questa ragione la Corte aveva quindi disposto, con l’ordinanza emessa lo scorso
anno, un rinvio dell’udienza di trattazione delle questioni, in modo da consentire al
Parlamento di intervenire in materia (si vedano anche i comunicati stampa del 24
ottobre e del 16 novembre 2018).
Poiché non è stata approvata nessuna normativa, la Corte ha ritenuto di dover porre
rimedio, comunque sia, alla violazione riscontrata.
Nella specie, un preciso «punto di riferimento», utilizzabile a questo fine, è stato
individuato nella disciplina della legge sulle DAT relativa alla rinuncia ai trattamenti
sanitari necessari alla sopravvivenza del paziente e alla garanzia dell’erogazione di una
appropriata terapia del dolore e di cure palliative (articoli 1 e 2 della legge n. 219
del 2017). Queste disposizioni prevedono una “procedura medicalizzata” che
soddisfa buona parte delle esigenze riscontrate dalla Corte.
Inoltre, i giudici costituzionali hanno ritenuto che la verifica delle condizioni che
rendono legittimo l’aiuto al suicidio e delle relative modalità di esecuzione debba
restare affidata, in attesa dell’intervento legislativo, a strutture pubbliche del servizio
sanitario nazionale. Ciò in linea con quanto già stabilito in precedenti pronunce,
relative a situazioni analoghe.
La verifica dovrà essere effettuata previo parere del comitato etico territorialmente
competente, organo consultivo per i problemi etici che emergono nella pratica
sanitaria, in particolare a fini di tutela di soggetti vulnerabili.
L’articolo 580 del Codice penale è stato dichiarato, quindi, costituzionalmente
illegittimo nella parte in cui non esclude la punibilità di chi agevola il proposito di
suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona che versi nelle
condizioni indicate in precedenza, a condizione che l’aiuto sia prestato con le
modalità previste dai citati articoli 1 e 2 della legge n. 219 del 2017 e sempre che le
suddette condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura
pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico
territorialmente competente.
Queste condizioni procedurali introdotte con la sentenza della Consulta valgono
esclusivamente per i fatti ad essa successivi. E quindi non possono essere richieste
per i fatti anteriori, come quello di DJ Fabo-Cappato.
Per questi, occorrerà che l’aiuto al suicidio sia stato prestato con modalità anche
diverse da quelle indicate, ma che diano garanzie sostanzialmente ad esse equivalenti;
in particolare quanto a verifica medica delle condizioni del paziente richiedente
l’aiuto, modi di manifestazione della sua volontà e adeguata informazione sulle
possibili alternative.
Roma, 22 novembre 2019

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